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Diagnosi prenatale e counselling: l’approccio professionale orientato alla medicina condivisa

Diagnosi prenatale e counselling: l’approccio professionale orientato alla medicina condivisa
 
 
La diagnosi prenatale ha amplificato le conoscenze del mondo prenatale, migliorando enormemente, nelle coppie, consapevolezza e responsabilità nei confronti del nascituro.

Da un punto di vista scientifico, ha rappresentato un formidabile mezzo di ricerca della relazionalità tra madre e feto. Tuttavia, come tutte le conoscenze di grande valore, ha subìto una strumentalizzazione che l’ha allontanata dal vero significato nell’ambito della medicina fetale. Il problema, quindi, non è la diagnosi prenatale in sé, ma come viene usata questa importante conoscenza.

Uno dei momenti più salienti dell’iter diagnostico diventa, ovviamente, il counselling sia prima di procedere agli accertamenti sia dopo la loro effettuazione. Prima degli accertamenti, vi sono livelli etici di considerazione, che non possono essere confusi né abusati: indicazione all’effettuazione, loro utilità diagnostica, rischi di natura fisica e psicologica connessi con le procedure sia invasive sia non invasive.

Dopo l’effettuazione degli accertamenti diagnostici, assume particolare rilievo la modalità della refertazione, come viene presentata la condizione di un’eventuale anomalia fetale evidenziata, la prognosi attuale e quella potenziale e la precisazione diagnostica con metodologie rigorosamente scientifiche delle possibilità di cura sia pre- sia perinatale.

Nell’attuale contesto scientifico, quindi, non è più differibile un atteggiamento informativo, da parte del medico e del diagnosta, che non sia aggiornato su tutte le implicazioni scientifiche, psicosociali e medicolegali che la diagnosi prenatale comporta. Tutto ciò, ovviamente, se correttamente attuato, restituisce al diagnosta la sua professionalità, alla coppia e alle famiglie la giusta consapevolezza per una decisione adeguatamente completa e al feto la dignità di paziente, al pari dell’adulto, per il quale vengono riconosciuti come fatti di dignità umana sia il momento diagnostico sia la successiva terapia. Nei casi in cui non sia possibile proporre terapie pre- o postnatali, si può presentare una forma di medicina condivisa, che accompagna il feto con anomalie insieme ai suoi genitori fino all’exitus naturale pre- o postnatale.

Prof. Giuseppe Noia

Tratto da “Terapie Fetali”, (Noia G.) - 2009

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