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Il dolore fetale

Il dolore fetale

Anche il feto avverte il dolore: numerose ricerche mettono in evidenza la percezione del dolore nel feto (Anand & Hickey, 1987). Valutando la risposta cardio-vascolare, neuro-ormonale e riflessivo-comportamentale allo stress, si conclude che il feto sente molto dolore. Già alla decima settimana sono presenti i riflessi delle sensazioni dolorose che vengono completati alla ventesima settimana. Tra la decima e tredicesima settimana non si sono ancora maturati i meccanismi che mediano il dolore per cui il feto ha un’esaltata percezione dolorifica (Mancuso & Zezza, 2009). Per questo il dolore subito nella vita prenatale lascia tracce indelebili nel corpo e nella mente per tutta la vita dell’individuo. Gli stimoli dolorifici fetali hanno effetti a lungo termine sullo sviluppo del SNC. La percezione del dolore da parte del feto è strettamente correlata allo sviluppo delle vie neuro-anatomiche deputate alla trasmissione dello stimolo dolorifico. Per questa ragione, si evince l’assoluta necessità di trattamento analgesico e anestetico del feto sofferente o sottoposto a terapie invasive prenatali (Deli, 2010). A trentacinque-trentasette settimane la sensibilità tattile si differenzia da quella nocicettiva. Tra la ventottesima e la trentacinquesima settimana si evidenzia una maggiore latenza nei potenziali evocati e una maggiore attività di bursting di fondo, correlata ad attività di rimodellamento, eliminazione, formazione e potenziamento sinaptico, segno di una minore distinzione tra sensibilità tattile  dolorifica. Il feto risponde al dolore attraverso processi motori, metabolici, autonomici e ormonali. Il dolore attiva numerose vie sottocorticali e un ampio spettro di risposte allo stress che influenzano negativamente lo sviluppo delle vie talamo-corticali e del SNC: quindi il dolore ha un effetto avverso sullo sviluppo cerebrale del feto (Fabrizi, et al., 2011). La migrazione del numero di neuroni verso il talamo cresce a partire dalla settima settimana di gestazione fino ad arrivare alla quarantesima settimana dell’imminenza al parto. Dalla diciottesima alla ventisettesima settimana si colloca un periodo, chiamato di vulnerabilità in cui la percezione del dolore è notevolmente maggiore rispetto agli altri periodi in quanto non si è ancora attivato il sistema di modificazione del dolore, cioè di gestione e moderazione dello stesso che inizia invece a partire dalla ventottesima settimana. Quindi, si può sommariamente  affermare che dopo la quindicesima settimana il feto possiede tutti gli elementi anatomici-fisiologici per sentire, non solo normale dolore, ma un alterato dolore; occorre aspettare fino alla ventisettesima settimana prima di ottenere una modificazione nocicettiva che appunto “normalizzi” la percezione dolorifica. Se estendiamo il pensiero alla relazione che ci può essere tra percezione nocicettiva del feto e aborto, e se consideriamo che la maggior parte degli aborti tardivi viene effettuata dopo la sedicesima settimana, ci rendiamo conto che il feto muore con una sensibilità dolorosa dieci volte maggiore di quella che può provare un uomo comune. È per questo che è auspicabile che i medici che praticano l’aborto volontario dopo la diciottesima settimana effettuino prima un trattamento analgesico. Come accennato sopra, lo studio di Deli (2010) precisava come si rendesse necessaria la terapia analgesica anche per gli interventi invasivi a tutela della salute del feto. “Alle contestazioni di alcuni medici contrari a questa proposta è stato evidenziato che, anche negli animali da esperimento, che poi vengono sacrificati, si effettua una analgesia per evitare il dolore. Perché allora il cucciolo dell’uomo dovrebbe essere trattato diversamente dagli animali?”. Commenta il Prof. Noia Docente di Medicina Prenatale: “Per chi, come il gruppo da me diretto, effettua metodologie diagnostiche e terapeutiche che debbano comportare passaggio attraverso l’addome o il torace fetale ai fini di salvaguardare feti considerati inguaribili, è d’obbligo effettuare una analgesia fetale prima di ogni approccio invasivo” pena una brusca immissione di ormoni quali endorfine, catecolamine e cortisolo nel torrente circolatorio come risposta allo stress doloroso e, sul piano vascolare, una dilatazione a livello cerebrale. Naturalmente non si ricade in questo tipo di problemi in riferimento al dolore fetale durante l’esperienza del parto: infatti, durante la fase espulsiva del parto  l’ossitocina materna innescherà una inibizione transitoria del segnale del GABA nell’encefalo del feto per attenuarne la sensazione dolorifica e lo stress dolorifico (Tyzio, et al., 2006).

Laura Lippolis

Tratto da: “Il feto terminale: un figlio che dona la vita a sua madre” (2015), di Laura Lippolis, Tesi di laurea in Psicologia Clinica, Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”, Dipartimento di Scienze dell’Uomo.

 

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