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Le Cure prenatali: tecniche utilizzate e risultati ottenuti / Cure prenatali NON INVASIVE

Le Cure prenatali: tecniche utilizzate e risultati ottenuti / Cure prenatali NON INVASIVE
 
 

Le Cure prenatali: tecniche utilizzate e risultati ottenuti

 

Le cure prenatali possono essere non invasive e invasive.

I.      Cure prenatali non invasive   

Sono cure indirizzate al corpo fetale ma che vi arrivano indirettamente per il tramite della madre. Quest’ultima, assume dei costituenti per via orale, i quali, attraversando la placenta, si riversano sulla circolazione fetale arrivando, dunque, al bambino.

Le forme di terapie non invasive si hanno, ad esempio, quando si somministra un farmaco alla madre con finalità curative per il feto (vedi la digossina per curare alterazioni del ritmo cardiaco fetale ) oppure quando si priva la madre di un fattore nutrizionale che potrebbe dare danni neurologici al feto (vedi il caso della fenilchetonuria dove l’assenza di fenilalanina[1] nella dieta materna evita il passaggio della sostanza al feto che, mancando dell’enzima deputato ad elaborarla, verrebbe danneggiato dall’accumulo di quella sostanza).

Un esempio di applicazione di cure prenatali non invasive si ritrova nei casi di disturbi del ritmo della frequenza cardiaca fetale (Tachiaritmie e Bradicardie fetali)

La frequenza cardiaca fetale è considerata fisiologica quando si pone tra 120 e 160 battiti al minuto. Variazioni di secondi o pochi minuti della frequenza di base non caratterizzano una condizione di patologia. Tuttavia, quando la frequenza cardiaca del feto si pone cronicamente o su frequenze che superano i 200 battiti al minuto, o su frequenze che sono stabilmente sotto gli 80 battiti al minuto, ci troviamo dinanzi ad una condizione di patologia del ritmo cardiaco che porta ad uno scompenso della funzione del cuore del bambino e ad una sua evoluzione verso la morte endouterina. In ambedue le forme, l’ecografia ci mostra i segni dello scompenso fetale con presenza di liquidi intorno al cuore, nel torace e nell’addome. Tuttavia l’evoluzione negativa avviene più repentinamente nelle forme di bradicardia (frequenza cardiaca fetale molto bassa) che nelle forme di tachicardie parossistiche patologiche (frequenza cardiaca fetale molto alta) Ambedue queste condizioni si possono giovare di cure prenatali mediante farmaci somministrati alla madre che attraversano la placenta e svolgono un’azione positiva sul cuore del feto.

[1]La fenilalanina è un amminoacido essenziale per l’organismo umano ma che diventa dannoso se accumulato a causa della mancanza, nell’organismo, dell’enzima deputato alla sua trasformazione. L'accumulo di fenilalanina nel sangue, nelle urine e nei tessuti (fenilchetonuria) può provocare un mancato sviluppo del sistema nervoso centrale che si traduce in un ritardo neuromotorio e psichico.

A.     Terapia TRANSPLACENTARE per la cura di tachicardie e bradicardie fetali

Nella terapia transplacentare delle tachicardie patologiche, il gruppo di lavoro del Policlinico Gemelli, ha l’esperienza relativa a 5 casi di tachicardie parossistiche (rispettivamente 250, 200, 240, 230, 240 battiti al minuto). In tre di questi feti erano già presenti segni di grave scompenso emodinamico con idrope severa (presenza di liquidi intorno al cuore e nel peritoneo). Sono state somministrate sostanze come la digossina e simili, in dosi farmacologicamente attive sul cuore fetale che, dopo aver attraversato la placenta, hanno comportato il ritorno della frequenza cardiaca fetale alla normalità. Il ripristino è avvenuto nel primo caso dopo 7 giorni, nel secondo dopo 10, nel terzo dopo 15, nel quarto dopo 12 e nel quinto dopo 15 giorni.

Occorre sottolineare l’efficacia e l’importanza di questo tipo di cura in riferimento ad una patologia molto seria e grave con complicazioni sia di prematurità che di necessità di cure anche dopo la nascita.

A tal proposito, un elemento importante da osservare, riguarda l’inversione di un processo di scompenso già evidente in maniera grave, (nel nostro studio in 3 bambini su 5 (60%)), in quanto l’inversione di un processo patologico (idrope fetale) già ecograficamente molto evidente, (presenza di liquidi intorno al cuore, nel torace e nell’addome), non è una cosa né facile né frequente né, nella maggioranza dei casi, ipotizzabile.

Tornando ai casi analizzati, 3 bambini su 5 (60%) hanno dovuto effettuare terapie anche dopo la nascita: nel primo caso fino al terzo mese perché persisteva un’aritmia intermittente, nel secondo caso fino a un anno perché persisteva uno scompenso di media entità e nel terzo caso fino a 8 mesi dopo la nascita per la ragione precedente. I bambini sono nati per taglio cesareo con buoni pesi alla nascita rispettivamente alla 37esima, 34esima, 34esima e 39esima settimana, mentre l’ultimo caso è andato incontro ad un parto spontaneo alla 39esima settimana. Tutti e 5 i bambini sono nati vivi e il follow up effettuato fino a 15 anni di vita è buono.

 


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Il professore ci spiega
a cura del Prof. Giuseppe Noia
 

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